Cosa sono i Disturbi Specifici di Apprendimento? Scopriamolo assieme a Elena, la nostra logopedista

I Disturbi Specifici di Apprendimento sono oggi sempre più frequenti e per i ragazzi che hanno queste difficoltà spesso l’approccio allo studio e ai compiti risulta essere frustrante e poco soddisfacente. Oggi intervistiamo Elena, la logopedista che si occupa di aiutare i ragazzi che presentano queste difficoltà. Scopriremo assieme a lei cosa sono questi tanti temuti DSA e come si possono gestire al meglio.

Quali sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento e quando si possono diagnosticare?

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento riguardano 3 aree principali:

  • lettura;
  • scrittura;
  • calcolo.

Il disturbo di lettura riguardano l’accuratezza nella lettura delle parole e la velocità/fluenza di lettura. Questi disturbi sono conosciuti con il nome dislessia.

I disturbi di scrittura sono relative all’accuratezza nello spelling, nella grammatica e nella punteggiatura e nella chiarezza e organizzazione dell’espressione scritta. Di questa seconda aree fanno parte la disortografia e la disgrafia.

Infine il disturbo del calcolo comprende le difficoltà relative al concetto del numero, alla memorizzazione dei fatti aritmetici, all’accuratezza e fluenza del calcolo e al ragionamento matematico. Quest’ultimo disturbo è più conosciuto con il nome di discalculia.

Nonostante i molti campanelli d’allarme che si possono tenere in considerazione fin dagli anni della scuola dell’Infanzia, la diagnosi per la lettura e la scrittura può essere fatta al termine del secondo anno della scuola primaria, quando si dovrebbe considerare completato il processo di apprendimento della letto-scrittura. Per quanto riguarda la discalculia si considera il termine del terzo anno di scuola primaria come periodo in cui poter effettuare una diagnosi.

Cosa ritieni sia fondamentale per ogni professionista che vuole lavorare con ragazzi che hanno un DSA?

In primo luogo serve molta preparazione e competenza: mi capita spesso di incontrare famiglie disorientate dalle mille informazioni contrastanti tra di loro che hanno letto in internet, appreso dal passaparola o parzialmente compreso dalle relazioni consegnate loro dopo la diagnosi. Le conoscenze vanno continuamente aggiornate e bisogna stare al passo con i tempi per sostenere al meglio genitori e ragazzi.

Inoltre altri due aspetti imprescindibili sono la flessibilità e la capacità di integrazione di vari modelli e approcci. In anni di lavoro nel campo mi sono accorta che non esiste un modello giusto e uno sbagliato: l’unica cosa funzionale è quella di non limitarsi ad una tipologia di approccio, ma lasciare aperte varie strade per potersi adattare al meglio al ragazzo che si ha davanti.

Ultimo, ma non per importanza, la capacità di prendersi cura della persona nella sua globalità: ogni professionista dovrebbe ricordare sempre che davanti a sè ha una persona, con i suoi punti di forza, le sue debolezze, le paure, le frustrazioni, i successi. “Le diagnosi si fanno sui sintomi, non sulla storia delle persone” è una frase che tengo sempre a mente per ricordare che innanzitutto viene la persona, e solo secondariamente la sua difficoltà.

Secondo la tua esperienza, cosa aiuta questi ragazzi ad andare oltre le loro difficoltà?

I ragazzi che incontro spesso si trovano a vivere la loro difficoltà come un enorme macigno da trasportare sulle spalle: la scuola per loro sembra uno scoglio insormontabile.

Ciò che vedo di primaria importanza per questi ragazzi, qualsiasi sia l’ambito in cui si esplica la difficoltà (matematica, lettura, scrittura), è quello di fare esperienza di successo e di sentirsi riconosciuti per chi sono, non per quello che sanno o non sanno fare. Il successo e la possibilità di riuscire in modo efficace, divertente e appagante è fondamentale.

Dopo aver sperimentato il successo, i ragazzi hanno poi bisogno di sapere che il cambiamento è possibile: con il sostegno e la giusta spinta hanno la possibilità di ingranare la marcia e iniziare a crescere e cambiare loro stessi e il loro approccio alla scuola.

Infine, solo a questo punto, posso veramente lavorare con loro sulla percezione e consapevolezza di loro stessi, di risorse, talenti e abilità che hanno e che possono mettere al servizio delle loro difficoltà.

Qual è il momento più bello per te in un percorso con i ragazzi con DSA?

Penso sia una domanda a cui è impossibile rispondere: per me ogni momento di ogni percorso è una scoperta e porta con sè esperienze indescrivibili.

Ci sono varie cose che mi piacciono molto! Mi piace investire del tempo per scoprire le inclinazioni, i talenti e le caratteristiche che contraddistinguono ogni ragazzo. Mi piace il momento in cui i ragazzi realizzano di “essere capaci di fare” e quindi si mettono in gioco sempre di più. Mi piace quando, a distanza di anni, scopro che ragazzi che seguivo alle elementari e che erano stati dati per spacciati, in realtà stanno frequentando l’università e amano leggere (nonostante la difficoltà).

La parte veramente bella e appagante per me è quella di scoprire che i ragazzi sono riusciti a trovare il modo per esprimersi e per tracciare la strada che hanno scelto di percorrere.

Quali sono i consigli che daresti a ragazzi o genitori che vivono queste difficoltà?

Per tutto quello che riguarda gli aspetti tecnici e pratici mi sentirei di suggerire a genitori e ragazzi di non fermarsi a quello che si legge su internet o alle voci che si sentono. Ci sono molte informazioni che girano e circolano attorno al mondo dei Disturbi Specifici di Apprendimento. Affidarsi ad un esperto aiuta a capire come muoversi al meglio in ogni momento del percorso, dal momento della diagnosi, alle difficoltà/scontri che si possono innescare a scuola e a casa.

In secondo luogo mi piace ricordare ai genitori che DSA non è una brutta etichetta di cui doversi vergognare e da nascondere. È un modo per indicare una serie di segnali che poi portano il ragazzo ad avere e  sperimentare delle difficoltà in quello che è il percorso scolastico (e non solo). Parlare delle difficoltà apertamente può spesso aiutare i genitori, ma anche i ragazzi stessi, ad affrontare al meglio la situazione.

Infine c’è una frase che spesso esce dalla bocca dei genitori e di conseguenza di alcuni ragazzi: “la colpa è di…”. Voglio ricordare che colpe non ce ne sono: ci sono responsabilità che non sono portate avanti secondo quelle che possono essere le proprie aspettative. Colpevolizzare non aiuta a risolvere quelle che possono essere situazioni problematiche, ma al contrario contribuisce a rendere più teso e disfunzionale l’ambiente in cui il ragazzo vive.

Commenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.