Permettimi di diventare responsabile!

Maltrattata, usata a sproposito, invocata ed evocata: la responsabilità è un concetto spesso fumoso, applicato ai più disparati campi e che richiama significati apparentemente molto diversi.
In questo articolo compiremo un breve viaggio per scoprire cos’è e come si sviluppa, quali errori evitare e quali strategie usare per educare il proprio figlio alla responsabilità.

La responsabilità: cos’è e come si sviluppa

Non è un oggetto, non è concreta, non è chiara, non è definita, non è immutabile.
La responsabilità è un costrutto fumoso e difficilmente definibile. Essa non è presente/assente in toto, ma si sviluppa gradualmente come frutto della crescita e dell’esperienza.

Cos’è quindi la responsabilità?
È la capacità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggerlo sulla base delle previsioni personali che si sono precedentemente fatte. Non è quindi un’abilità semplice, ma richiede capacità sofisticate, diversificate e complesse. È impossibile aspettarsi che un bambino alle prime esperienze autonome e autodeterminate possa esibire elevata responsabilità; nella pratica conosciamo anzi la grande diffusione dello slogan “Non sono stato io!”.
Come già accennato le competenze costituenti la responsabilità non sono presenti fin dalla nascita, ma compaiono e si potenziano durante lo sviluppo. Ciò mette a disposizione risorse e potenzialità sempre maggiori che il genitore potrà cogliere per permettere al bambino/ragazzo di vivere esperienze responsabili.

Quali sono le competenze chiave che la caratterizzano?
Lo sviluppo della responsabilità è strettamente collegato allo sviluppo delle competenze metacognitive che riguardano la capacità autoriflessiva di distanziarsi e auto-osservare criticamente i propri stati mentali. L’utilizzo di queste abilità implica quindi la stimolazione dei processi di controllo, come l’automonitoraggio, l’autoregolazione, l’autovalutazione, la pianificazione e l’anticipazione dei propri comportamenti.
Questi processi sono la chiave della responsabilità per tre motivi:

  • sono azioni “auto”, cioè indipendenti dalle conseguenze e dalle sanzioni esterne e permettono quindi una riflessione autodeterminata e la pianificazione di azioni autogestite;
  • si riferiscono alla competenza di “riflettere su”, di pensare alle proprie alle cause e alle conseguenze delle proprie e altrui azioni, sia rispetto ai comportamenti attuati che a quelli possibili e solo immaginati;
  • sono strettamente collegati alla Teoria delle Mente, cioè la capacità di riflettere sui propri stati mentali e di immedesimarsi negli altri.

Le competenze metacognitive applicate alla responsabilità permettono quindi un adattamento flessibile alle diverse situazioni attraverso una riflessione sulla propria situazione, sulle regole di contesto, sull’adeguatezza dei propri comportamenti e su eventuali azioni riparative/compensative.

Educare all’irresponsabilità

Alla luce di tutto ciò, cosa si può fare concretamente per sostenere lo sviluppo della responsabilità?
Sovente sento i genitori lamentarsi di figli poco responsabili che, se non seguiti e imboccati in tutto e per tutto, non fanno nulla da soli. Questi ragazzi restano in attesa di un salvataggio esterno e costringono il genitore di turno o chi per esso a investire tempo, risorse ed energia per portare a termine quello che dovrebbero fare (o quantomeno ciò che il genitore pensa dovrebbero fare).
Nei percorsi che faccio con i genitori questa è, purtroppo, una situazione molto frequente. Molte volte la richiesta di aiuto perviene dopo alcuni anni in cui il sistema familiare si è strutturato e rafforzato: per questo motivo superare la situazione richiede notevole determinazione, energia e disponibilità a rimettersi in gioco.

Il modo “migliore” per creare e mantenere stabile questa situazione disfunzionale consiste nel continuare a seguire costantemente passo-passo il ragazzo, sostituendosi a lui nei momenti di difficoltà, evitare di farlo riflettere sulle modalità utilizzate e sui comportamenti attuati, non insegnargli a porsi domande, come ad esempio “Quali sono le conseguenze dei miei comportamenti?” e “Cosa posso fare per migliorarmi?”. Senza la capacità di porsi queste domande chiunque si trova in balia del mondo, incapace di dare senso a ciò che accade. Ne sono esempio frasi che sento spesso ripetere come “Non è colpa mia, è l’insegnante che è cattivo”. Questo porta a utilizzare attribuzioni causali (locus of causality) che sovrastimano l’influenza degli eventi esterni e sottostimando le proprie risorse e capacità, andando quindi a ostacolare e impedire lo sviluppo dell’autostima e dell’autoefficacia personale. Ciò però toglie la possibilità al ragazzo di sviluppare il senso di responsabilità, di prendersi carico del suo agire del mondo (sia negativo che positivo) e di attuare i processi di autoregolazione dei comportamenti.

Per chi si trova in questa complicata situazione problematica, è importante sapere che non è mai troppo tardi per iniziare educare il proprio figlio alla responsabilità e a renderlo partecipante attivo della costruzione della sua vita.
È però fondamentale che ciò non si trasformi in totale e improvviso abbandono (“Devi imparare ad arrangiarti!”) poichè passare da un estremo all’altro non solo sortirà l’effetto contrario, ma garantirà una serie di esperienze di fallimento che, a causa della paura di sbagliare, renderanno ancora più difficile al ragazzo (ma anche al genitore) il sentirsi agente efficace. La conclusione di tali azioni porterà dunque al rifiuto della propria responsabilità personale.

Vi spiego con una storia, quella di Carla e di suo figlio Giacomo, quanto ho descritto sopra.
Giacomo è un ragazzo che è sempre stato fortunato: fin dalla prima elementare mamma Carla lo ha aiutato tutti i giorni con i compiti e con lo studio, sostenendolo nelle difficoltà e “salvandolo” sempre: in questo modo Giacomo è riuscito ad ottenere sempre buoni risultati e ad essere giudicato positivamente da genitori e insegnanti. Mamma Carla, anche se ha faticato tanto, è molto soddisfatta dei risultati che ha raggiunto insieme a suo figlio Giacomo.
Purtroppo, alcuni anni dopo, mamma Carla si è resa conto che qualcosa nel suo approccio educativo non ha funzionato: mettendo in atto tali comportamenti ha impedito a Giacomo di sperimentarsi, di sbagliare e imparare dall’esperienza. Lui ora è diventato da lei.
Giacomo non ha imparato a riflettere in modo autoriferito, indipendentemente da aiuti esterni, e quindi i dubbi e le incertezze gli stanno creando tutt’ora paura, confusione e senso di disorientamento.
Giacomo non è riuscito a sviluppare competenze metacognitive, cioè non ha imparato a
imparare dell’esperienza, non ha imparato ad automonitorarsi e autoregolarsi, non ha imparato a pianificare il lavoro, anticipando i possibili risultati ed adattarsi flessibilmente alle diverse situazioni di vita quotidiana.

Cercare di proteggere il proprio “bambino” è un valore ammirabile, ma se questo atteggiamento si traduce in iperprotezione da “ti tengo sotto una campana di vetro” allora quello che è un aiuto diventa un ostacolo e una tortura!

Quando il seme della responsabilità si trasforma in frutto

Detto questo, cosa si può fare per stimolare la responsabilità?
È retorico parlare di dare l’esempio e di essere coerenti, ma è comunque importante sottolineare che senza di esse molto difficilmente si crescerà un adulto responsabile.
Naturalmente questo non vuol dire che non si può sbagliare, che bisogna sempre comportarsi nel modo giusto e dare sempre l’esempio perfetto. Responsabilità vuol dire essere consapevoli del proprio ruolo di agenti e quindi del proprio potere di agire nel mondo creando delle conseguenze che risuoneranno sempre verso qualcuno.
Educare responsabilmente consiste nell’insegnare a gestire le conseguenze, i danni, i problemi e gli eventi indesiderati che con la nostra condotta abbiamo causato, deliberatamente o inconsapevolmente. Questo insegna al bambino, ma anche all’adulto, che non è la persona che ha commesso il fatto a essere sbagliata, ma sono stati i comportamenti messi in atto, od omessi, a generare il problema.
Ciò permette di focalizzarsi sull’essenza della responsabilità, cioè nella consapevolezza che i propri comportamenti hanno il potere di influenzare gli altri e che se essi sono funzionali possono essere mantenuti e potenziati mentre se sono disfunzionali possono essere rimossi o corretti.
Quindi il primo passo per prendersi cura del seme della responsabilità è la consapevolezza che essa dipende strettamente dal comportamento.

Il secondo passo per far germogliare la responsabilità è stimolare la riflessione e l’autoriflessione attraverso un’analisi funzionale dei comportamenti. Questo può essere portato avanti tramite domande aperte sulle cause e sulle conseguenze, ad esempio “Quale stato emotivo ti ha spinto all’attuazione del comportamento” e “Quali sono gli effetti del tuo comportamento sugli altri?”.
È molto importante investire nelle domande aperte (ma non retoriche!) per accompagnare la persona nelle varie fasi dell’elaborazione della situazione, aiutandola a interiorizzare il processo di riflessione in modo da poterlo riproporre poi autonomamente.

Il terzo aspetto da considerare, per una buona fruttificazione della responsabilità, è il feedback, cioè il riscontro che la persona ottiene in seguito alle proprie azioni. Esso inizialmente è di tipo esclusivamente sociale e viene fornito dall’autorità (genitori e insegnanti) e gradualmente, con l’accumularsi dell’esperienza, si trasforma in autofeedback. Nei percorsi con i genitori emerge spesso un’idea di feedback quasi coincidente al rimprovero. Infatti, molti genitori martoriano i figli ad ogni errore, sottolineandolo e marcandolo al massimo, nella speranza che esso non si ripeta più. Questa modalità di dare il feedback è dannosa perché è molto più facile riproporre un comportamento quando si è sicuri della sua correttezza piuttosto di conoscere una lista di comportamenti sbagliati e doverli evitare tutti.
È importante far notare una condotta disfunzionale, ma che è necessario anche mantenere un equilibrio tra gli aspetti positivi e quelli negati. Proprio per questo propongo ai genitori di allenarsi a riconoscere esplicitamente un aspetto positivo in ogni feedback negativo. Vi ripropongo una situazione che alcuni genitori che seguo hanno dovuto affrontare: avere un figlio demotivato che si prepara i bigliettini per le verifiche. Qual è l’aspetto positivo? Il ragazzo, impegnandosi a fare il bigliettino, sta dimostrando di ritenere importante il risultato della prestazione scolastica.

Per concludere, educarsi ed educare alla responsabilità è un compito impegnativo e ricco di insidie. È un’attività che richiede riflessione continua e la ricerca di un’interpretazione delle situazioni da un punto di vista che non si stava ancora prendendo in considerazione. È un compito difficile, ma che non può essere ignorato perché è una nostra responsabilità, sia come genitori che come persone, contribuire al miglioramento della società e del mondo.

E come ci ricorda Albert Einstein “Dobbiamo sempre agire al meglio delle nostre possibilità. Questa è la nostra sacra responsabilità umana”.

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